Blog del Presidente: “La trappola dell’acciaio”

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L’Europa alza le barriere per salvare le sue acciaierie. Ma protegge un solo anello della catena, e l’effetto è una catena di conseguenze: aumenti importanti del prezzo dell’acciaio, inflazione sui prodotti europei, perdita di competitività della manifattura di trasformazione e, di nuovo, una contrazione dei volumi industriali. Il contrario di ciò che la misura si prefigge.

Relazione strategica · Luglio 2026

C’è un paradosso al centro della nuova politica commerciale europea sull’acciaio. Bruxelles ha costruito, tra il 2025 e il 2026, il pacchetto protezionistico più ambizioso degli ultimi decenni per difendere le proprie acciaierie dalla sovraccapacità mondiale e dalla concorrenza a basso costo. Eppure, per come è disegnato, quel pacchetto rischia di indebolire proprio la parte più preziosa dell’industria europea: non chi produce l’acciaio, ma chi lo lavora, lo trasforma e lo vende al mondo sotto forma di macchine, motori, componenti ed elettrodomestici.

La tesi di questa analisi è netta, e si legge come una sequenza. La barriera fa salire in modo importante il prezzo interno dell’acciaio; gli aumenti si trasferiscono sui prodotti finiti e alimentano l’inflazione; i beni europei diventano più cari e meno competitivi di quelli importati; e la perdita di competitività si traduce, alla fine, in una nuova riduzione dei volumi industriali. È il paradosso: una misura pensata per difendere la produzione europea rischia di comprimerla, spostando il danno dalle acciaierie — che pochi margini in più li incassano — alle molte più numerose imprese che l’acciaio lo trasformano, e ai consumatori che ne pagano il conto.

Tre leve che spingono nella stessa direzione.

Il muro è fatto di tre mattoni che agiscono in modo convergente. Il primo è il CBAM, il meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera introdotto dal Regolamento (UE) 2023/956: dal 1° gennaio 2026 gli importatori di acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, elettricità e idrogeno devono pagare il differenziale di CO2 rispetto alla produzione europea, acquistando certificati il cui prezzo è agganciato a quello delle quote ETS. È il gemello alla frontiera del mercato interno del carbonio, e la sua morsa si stringerà progressivamente: le quote gratuite di cui ancora godono le acciaierie europee verranno azzerate tra il 2026 e il 2034, trasferendo sugli importatori una porzione crescente del conto.

Il secondo e il terzo mattone arrivano dal Regolamento (UE) 2026/1384, in vigore dal 1° luglio 2026, che sostituisce la vecchia salvaguardia con un regime permanente assai più duro. Le quote di importazione a dazio zero sono state ridotte a 18,3 milioni di tonnellate l’anno, un taglio di circa il 47% rispetto ai volumi del 2024, e il dazio sulle importazioni fuori quota è stato raddoppiato dal 25% al 50%, con una regola d’origine “melt and pour” pensata per impedire che l’acciaio aggiri il muro passando attraverso Paesi terzi. Il Parlamento europeo ha approvato la misura il 19 maggio 2026 con 606 voti favorevoli e appena 16 contrari, spinto da un’industria siderurgica al minimo storico di produzione e con gli impianti utilizzati poco oltre il 65%, mentre le importazioni avevano toccato un record vicino al 30% del consumo europeo.

L’effetto immediato di questo apparato è chiudere la valvola dell’offerta a basso costo che per anni ha calmierato i prezzi europei. Con le importazioni scoraggiate da dazi e quote, e con il carbonio ormai incorporato nel costo di ingresso, il prezzo interno dell’acciaio smette di essere dettato dal mercato globale e comincia a essere dettato dalla regolamentazione. Secondo S&P Global Commodity Insights, all’inizio del 2026 le offerte estere di coils laminati a caldo consegnati in Europa, una volta caricato il CBAM, si collocano intorno ai 600-620 euro la tonnellata, sostanzialmente alla pari con i prezzi domestici: il tradizionale sconto delle importazioni è stato in gran parte cancellato, e a quel punto — osservano gli analisti — è la norma, non più la domanda, a fare il prezzo.

È qui che il protezionismo mostra il suo volto meno confessato. Neutralizzata la concorrenza, il produttore europeo non ha più bisogno di comprimere i propri margini per difendere le quote di mercato: può alzare i listini. Non è una congettura. Un’analisi di Orgalim su oltre centoquaranta categorie merceologiche dell’Eurostat mostra che il prezzo medio dei prodotti siderurgici europei è cresciuto di oltre il 40% dal 2018, l’anno delle prime salvaguardie. La protezione, in altre parole, tende a trasformarsi in potere di prezzo dei produttori interni più che in un recupero strutturale di competitività di costo.

Il difetto decisivo del pacchetto è un’asimmetria di perimetro. Il CBAM, le quote e i dazi coprono l’acciaio grezzo e i semilavorati — billette, coils, lamiere, barre, profilati — ma non i prodotti finiti che quell’acciaio lo incorporano: componenti meccanici, macchinari, motori elettrici, elettrodomestici, parti di automobili. L’estensione del CBAM a circa 180 prodotti a valle è stata soltanto proposta dalla Commissione il 17 dicembre 2025, con decorrenza non prima del 1° gennaio 2028 e ancora tutta da negoziare. Fino ad allora, e in buona misura anche dopo per via della copertura parziale, si spalanca una finestra pericolosa.

Dentro quella finestra, il trasformatore europeo si trova stretto in una morsa. Da un lato paga l’acciaio in ingresso a prezzi tenuti artificialmente alti dalle barriere; dall’altro non gode di alcuna protezione equivalente sul prodotto che vende, costretto a competere ad armi impari con l’import extra-europeo. Non è un allarme di parte: persino EUROFER, l’associazione dei produttori di acciaio, ammette che l’estensione a valle proposta riguarda “solo un numero molto limitato di prodotti” e “lascia lacune lungo la catena del valore”. Sul fronte degli utilizzatori il giudizio è ancora più severo. ESN, Orgalim, ACEA, e altre associazioni dei settori a valle hanno bollato le nuove salvaguardie come “un colpo alla competitività industriale europea”, quantificando i maggiori costi per la filiera in una forbice tra cinque e nove miliardi di euro l’anno.

Le conseguenze si muovono lungo due binari paralleli. Il primo è l’inflazione interna. L’aumento del costo dell’acciaio non resta confinato alle acciaierie: risale la catena del valore e si scarica sui prezzi dei beni finiti europei, dagli elettrodomestici ai macchinari fino agli autoveicoli, che utilizzano acciaio in modo pervasivo, foss’anche solo in viti, raccordi e parti metalliche. È un rincaro che arriva nel momento peggiore, con una manifattura di trasformazione già in affanno: le “industrie tecnologiche” europee monitorate da Orgalim hanno chiuso il 2024 con un fatturato in calo del 5,6%. Su un tessuto così fragile, un’ulteriore pressione sui costi si traduce in inflazione industriale e margini compressi per chi trasforma.

Il secondo binario è più insidioso, perché rovescia l’obiettivo stesso della misura. L’asimmetria di perimetro crea un incentivo diretto a spostare a valle sia le importazioni sia la produzione. Un concorrente cinese può incorporare acciaio a costo domestico — il laminato a caldo cinese resta strutturalmente più economico del 30-40% rispetto a quello europeo — e senza oneri di carbonio, ed esportare in Europa il prodotto finito, che non paga né dazio siderurgico né CBAM. I numeri raccontano già questa traiettoria: nel 2025 le importazioni europee di semilavorati sono cresciute di circa un terzo, con la Cina in aumento del 134%; quelle di prodotti finiti in acciaio dalla Cina sono salite del 31%; e già nel 2024 Pechino guidava l’import europeo di articoli in ferro e acciaio — viti, bulloni, raccordi, tubi — con 12,5 miliardi di euro, oltre un terzo del totale.

È il paradosso finale, e il più costoso. Non si riduce l’anidride carbonica su scala globale: si sposta semplicemente fuori dall’Europa la fase di trasformazione, quella a più alto valore aggiunto e a maggiore intensità occupazionale. Il carbon leakage che il CBAM voleva fermare si trasferisce a valle, accompagnato da un jobs leakage altrettanto concreto e da un incentivo a delocalizzare gli investimenti manifatturieri.

Messi in fila, questi effetti compongono una spirale che si autoalimenta. Il punto di partenza sono aumenti di prezzo tutt’altro che marginali: il solo dazio fuori quota, secondo le stime di Orgalim, farà lievitare il costo delle importazioni per la filiera a valle fino a nove miliardi di euro l’anno, mentre il “pavimento” domestico intorno ai 600 euro la tonnellata cristallizza su livelli elevati anche l’acciaio prodotto in Europa. Questi rincari non restano fermi: si scaricano sui listini dei prodotti finiti e alimentano l’inflazione industriale.

Da qui parte il secondo anello. Prodotti europei più cari significano prodotti europei meno competitivi, in casa come sui mercati di esportazione, proprio mentre la concorrenza asiatica offre beni finiti a prezzi che incorporano acciaio a basso costo e nessun onere di carbonio. La quota di mercato dei trasformatori europei si assottiglia, gli ordini rallentano — la meccanica europea ha già chiuso il 2025 in calo di quasi il 7% — e con essi si contraggono i volumi industriali. È l’ultimo, amaro paradosso: una misura nata per recuperare volumi produttivi nell’acciaio finisce per distruggerne a valle, dove il valore aggiunto e l’occupazione sono maggiori. E la contrazione dei volumi a valle si ripercuote, a sua volta, sulla domanda interna di acciaio, indebolendo lo stesso settore che si voleva proteggere.

La lezione che emerge è semplice quanto scomoda. Una misura protezionistica efficace deve difendere l’intera catena del valore, oppure rischia di fare più danni che benefici. Proteggere il solo acciaio a monte, lasciando aperto il varco a valle, non rafforza la competitività della manifattura europea: la erode, perché ne aumenta i costi senza schermarne i mercati.

Senza un riequilibrio del perimetro protettivo, il pacchetto europeo sull’acciaio rischia di essere ricordato non come la misura che ha salvato la siderurgia del continente, ma come quella che ne ha esportato la trasformazione. E con essa, una parte del futuro industriale dell’Europa.

Armando Donazzan